La vita dopo il carcere

La vita dopo il carcere

di Maurizio Crippa

 

Il Foglio, 31 ottobre 2016

 

Si può entrare in galera e uscirne da una “porta” di cambiamento che qualcuno ha aperto? Il Giubileo dei carcerati, la Marcia radicale intitolata a Pannella e Francesco, la giustizia sbagliata. Storie vere e affermative di detenuti, e di una seconda possibilità.
“Io le porte ero abituato ad aprirmele: col tempo, era diventato un gioco da ragazzi”. Porte di qualsiasi tipo: di casa e di bottega, di legno o blindate. Porte, portoni, portoncini. “Dopo trent’anni di galera, se scampo dovrò dire grazie a una porta. Non avrei potuto aprirla con le mie mani: altri me l’hanno aperta”. Dicevano gli antichi che “porta itineris dicitur longissima esse”, la porta è la parte più lunga di un viaggio.
Non conta sapere se la massima sia autentica o apocrifa, non importa se abbia varcato la soglia della prigione nascosta in un romanzo di Fabio Volo, accompagnata da un assistente carcerario, o da un volontario che l’aveva letta in un libro. Non c’è nulla di così lungo da passare come una porta. A Enrico, dopo trent’anni, su cinquantacinque, trascorsi dietro il cemento e il ferro (“ho collezionato un codice penale di reati”) la porta del Due palazzi di Padova gliel’ha aperta, tecnicamente, un cancro: Mi hanno sbattuto fuori e mi han detto: “Vatti a curare, poi torna a finire la galera”.
Dopo trent’anni. Con nient’altro in mano che un cancro e un pugno di domande: “Dove vado, dormo, sbatto? Ci sono giorni nei quali libertà è disperazione, quasi rimpianto della prigionia”. L’altra porta, a Enrico, l’hanno aperta persone sconosciute. Gli hanno dato la chiave. Don Leopoldo Voltan, parroco di Campodarsego, Padova, con la sua comunità si era detto disponibile ad accogliere un detenuto. “Ci hanno proposto Enrico, noi gli abbiamo aperto la porta di casa. Gli abbiamo dato le chiavi: uno di noi, dalla prima sera”.
“Mica ho ancora capito perché la gente voglia tutto questo bene a un vecchio lupo di galera come me, con un fisico che è un rottame, una storia sfasciata. Non lo merito, chiaro”. L’illogicità che la detenzione lascia addosso. “Ci sono sere che vorrei tornare subito in carcere”. Ma una logica ce l’ha, tutta sua: vera galera non sono le sbarre, il cemento. La galera, quella che piega la roccia, è lo stare esposti alle domande, reggere l’urto del passato senza defilarsi: “Le domande dei bambini (non potevi pensarci prima?), le domande di mio figlio (papà, perché non sei mai a casa?), gli sguardi della gente, le loro attenzioni, i miei rimpianti: questa è la galera che mi tortura. Mai l’avrei immaginato mentre ero là dentro.
Durante una messa ho sentito dire: “Vinci il male col bene”. Quando non riesco a dormire, mi metto a riflettere e penso che stavolta mi abbiano fregato così, aprendomi una porta”. La porta che hanno aperto a Enrico è quella del Giubileo. “Nelle cappelle delle carceri potranno ottenere l’indulgenza, e ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta Santa, perché la misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà”.
Lo ha scritto Francesco nella Lettera in cui concede l’indulgenza per il Giubileo della Misericordia. E se c’è un’immagine potente per riassumere che cosa sia il perdono per i cristiani, che è qualcosa d’altro dal perdono della legge, è questa. Quando si aprirà il sipario del Piccolo Teatro Studio Melato, il 10 e l’11 dicembre, Antonella, Betsy, Carolyne, Cinzia, Dana, Mariangela e le altre penseranno a un’altra porta che si è aperta. La porta del carcere di San Vittore a Milano, dove lavora da più di vent’anni Donatella Massimilla, che ha fondato nel 1999 il Cetec, Centro europeo teatro e carcere, una cooperativa sociale.
Una compagnia “aperta” di artisti, cittadini e detenuti. Perché il teatro, il lavoro dolce e doloroso del mettersi in scena, a nudo, e rivestirsi, è “auto-rivelativo”, è passare la porta di se stessi. Lo sanno in molti, quanto vale la teatro-terapia nel processo di recupero dei detenuti. Soprattutto all’estero, in Gran Bretagna e Germania, in Italia siamo sempre allo stadio della sperimentazione d’eccellenza. Ma Donatella Massimilla è rimasta “grotowskiana”, la partenza è sempre quella del suo maestro: “All’inizio per me il teatro è stato unicamente il pretesto, lo pseudonimo della vita”.
Così adesso le sue attrici detenute, ex, oppure libere saranno su un palcoscenico “fuori”: con San Vittore Globe Theatre – Atto II, uno spettacolo elaborato su Shakespeare, vissuto e costruito dentro le mura, un laboratorio di “auto drammaturgia” che ora fa dire alle sue creatrici-interpreti “Un temporale è un temporale, ma noi siamo sopravvissute”.
A Donatella piace la parola “reesistere”, e non è solo poesia. Attorno a questo lavoro – e ad altre esperienze simili – ci sono meccanismi virtuosi di reinserimento nel lavoro, non solo teatrale. Dal San Vittore è partita ad esempio l’ApeShakespeare, un mix di street food e teatro di strada che i milanesi ormai conoscono e che dà lavoro stabile a ex detenute e altri collaboratori.
Le piace ricordare che le ultime parole di Shakespeare, le ultime della Tempesta, sono queste: “E come voi vorreste esser perdonati di ogni colpa / fate che io sia affrancato dalla vostra indulgenza”. Quando il 22 ottobre sei detenuti di Rebibbia hanno affrontato la commissione di laurea, nuovi dottori – quattro in Lettere e due in Drammaturgia antica – grazie al progetto Università in carcere con Teledidattica ideato nel 2006 dal Garante dei detenuti del Lazio, dall’ateneo e dalla direzione del penitenziario romano, hanno pensato a una porta che è stata aperta. Una porta di conoscenza, la porta della letteratura come esperienza di cura di sé.